Viaggiatore a cavallo in America del Sud, Brasile ed Equador, venditore di
tartarughe giganti catturate alle Galapagos, cercatore d'oro nello Yukon e
proprietario di una miniera d'argento, infine misero frequentatore di
dormitori a Chicago. Amundsen? No, si tratta del bisnonno garibaldino di
Folco Quilici! E' curioso come spesso storie sorprendenti si nascondano
dentro le pieghe di un libro che ci si aspetterebbe trattasse di
tutt'altra cosa, in questo caso di uno dei più grandi esploratori dei
ghiacci. Ma il ricordo di questo parente originale consente a Quilici di
motivare il suo interesse fin dall'infanzia per le imprese dei grandi
esploratori artici e antartici, e soprattutto l'attrazione per il grande
norvegese, primo uomo a raggiungere il Polo Sud.
Il giovane Roald, figlio di un costruttore e riparatore di imbarcazioni,
vide nel mare lo scenario dove realizzare il primo dei suoi ambiziosi
progetti d'esplorazione: quello nato dalla lettura di un volume sui viaggi
polari del comandante della Marina britannica Sir John Franklin e che
doveva consistere nel percorrere l'intera rotta marittima tra Atlantico e
Pacifico lungo la costa settentrionale dell'America per aprire così il
Passaggio a Nord-Ovest. Salpando nel giugno 1903 dal porto dell'allora
Christiania (Oslo) a bordo della piccola baleniera Gjoa, Amundsen
giungerà solo nell'agosto 1906 a Capo Wilsen, porta d'accesso al
Pacifico. Erano trascorsi tre lunghi inverni durante i quali Amundsen
venne a contatto con le popolazioni esquimesi dalle quali imparò le
tecniche di caccia e pesca, l'abilità e la pazienza, tutte conoscenze che
rappresentarono per il norvegese un'eredità importante per la riuscita di
tutti i successivi viaggi d'esplorazione. Impegnato nel portare a termine
lo scopo principale per cui la missione era stata finanziata dagli
scienziati norvegesi con quarantamila sterline, la raccolta e la
registrazione del più alto numero possibile di dati relativi al polo
magnetico e alle condizioni metereologiche e climatiche, Amundsen
dimostrò fin da allora la capacità di affrontare le situazioni più
avverse. Questa capacità, secondo Anna e Folco Quilici, proveniva sì
dalla inesauribile volontà di raggiungere di volta in volta l'obiettivo
ma anche e soprattutto dalla necessità di sfida, con se stesso
innanzitutto, ma anche la gioia quasi sadica di Roald (così la definì
proprio il fratello) di misurarsi anche con la morte pur di dimostrare la
propria supremazia fisica.
Verranno poi la conquista del Polo Sud del 14 dicembre 1911, storico
epilogo della tragica competizione in cui perse la vita l'inglese Robert
F. Scott, i sorvoli dell'artico e il volo transpolare a bordo del
dirigibile Norge nel maggio 1926. L'impresa polare diede ad Amundsen fama,
successo e denaro cui seguirono però anni difficili che si risolsero in
un continuo alternarsi di ammirazione e insofferenza, esaltazione e
disinteresse per un personaggio riconosciuto da molti cinico e senza
remore nel perseguire i propri scopi.
La ricostruzione di tutti questi eventi della vita dell'esploratore
norvegese si ritrova dunque tra le pagine scritte da Anna e Folco Quilici
e nonostante l'assenza di un ampio respiro narrativo l'interesse del libro
rimane, utile primo approccio al tema dell'esplorazione dei ghiacci e
piacevole lettura per provare a comprendere il fascino esercitato dal Polo
nei primi anni del XX secolo.
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