Anna e Folco Quilici, Amundsen
Edizioni Piemme, 2000
pp.165, € 6,20



Viaggiatore a cavallo in America del Sud, Brasile ed Equador, venditore di tartarughe giganti catturate alle Galapagos, cercatore d'oro nello Yukon e proprietario di una miniera d'argento, infine misero frequentatore di dormitori a Chicago. Amundsen? No, si tratta del bisnonno garibaldino di Folco Quilici! E' curioso come spesso storie sorprendenti si nascondano dentro le pieghe di un libro che ci si aspetterebbe trattasse di tutt'altra cosa, in questo caso di uno dei più grandi esploratori dei ghiacci. Ma il ricordo di questo parente originale consente a Quilici di motivare il suo interesse fin dall'infanzia per le imprese dei grandi esploratori artici e antartici, e soprattutto l'attrazione per il grande norvegese, primo uomo a raggiungere il Polo Sud.
Il giovane Roald, figlio di un costruttore e riparatore di imbarcazioni, vide nel mare lo scenario dove realizzare il primo dei suoi ambiziosi progetti d'esplorazione: quello nato dalla lettura di un volume sui viaggi polari del comandante della Marina britannica Sir John Franklin e che doveva consistere nel percorrere l'intera rotta marittima tra Atlantico e Pacifico lungo la costa settentrionale dell'America per aprire così il Passaggio a Nord-Ovest. Salpando nel giugno 1903 dal porto dell'allora Christiania (Oslo) a bordo della piccola baleniera Gjoa, Amundsen giungerà solo nell'agosto 1906 a Capo Wilsen, porta d'accesso al Pacifico. Erano trascorsi tre lunghi inverni durante i quali Amundsen venne a contatto con le popolazioni esquimesi dalle quali imparò le tecniche di caccia e pesca, l'abilità e la pazienza, tutte conoscenze che rappresentarono per il norvegese un'eredità importante per la riuscita di tutti i successivi viaggi d'esplorazione. Impegnato nel portare a termine lo scopo principale per cui la missione era stata finanziata dagli scienziati norvegesi con quarantamila sterline, la raccolta e la registrazione del più alto numero possibile di dati relativi al polo magnetico e alle condizioni metereologiche e climatiche, Amundsen dimostrò fin da allora la capacità di affrontare le situazioni più avverse. Questa capacità, secondo Anna e Folco Quilici, proveniva sì dalla inesauribile volontà di raggiungere di volta in volta l'obiettivo ma anche e soprattutto dalla necessità di sfida, con se stesso innanzitutto, ma anche la gioia quasi sadica di Roald (così la definì proprio il fratello) di misurarsi anche con la morte pur di dimostrare la propria supremazia fisica.
Verranno poi la conquista del Polo Sud del 14 dicembre 1911, storico epilogo della tragica competizione in cui perse la vita l'inglese Robert F. Scott, i sorvoli dell'artico e il volo transpolare a bordo del dirigibile Norge nel maggio 1926. L'impresa polare diede ad Amundsen fama, successo e denaro cui seguirono però anni difficili che si risolsero in un continuo alternarsi di ammirazione e insofferenza, esaltazione e disinteresse per un personaggio riconosciuto da molti cinico e senza remore nel perseguire i propri scopi.
La ricostruzione di tutti questi eventi della vita dell'esploratore norvegese si ritrova dunque tra le pagine scritte da Anna e Folco Quilici e nonostante l'assenza di un ampio respiro narrativo l'interesse del libro rimane, utile primo approccio al tema dell'esplorazione dei ghiacci e piacevole lettura per provare a comprendere il fascino esercitato dal Polo nei primi anni del XX secolo.



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