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Sono trascorsi molti anni da quando nel 1965 Walter Bonatti lasciò l’alpinismo
estremo compiendo l’ultima grande impresa in occasione del centenario della
prima ascesa al Cervino: la scalata in pieno inverno in via diretta della parete
nord, da solo. Era allora uno dei massimi esponenti dell’alpinismo
internazionale ma quel 22 febbraio 1965 decise di chiudere con un passato
segnato da grandi imprese tutte ispirate da un’etica dell’ascesa che aveva
avuto come riferimento l’alpinismo classico degli anni ’30. L’uomo che non
aveva mai concepito le scalate come una competizione con altri non poteva non
entrare in contrasto con l’incombente alpinismo d’assalto; pose così fine
alla sua carriera di scalatore, deluso dalla comunità alpinistica di quegl’anni
con la quale ebbe sempre aspri contrasti.
Decise
di trasferire il suo alpinismo estremo dalla verticalità delle pareti alle
distese del mondo orizzontale alla ricerca di una propria ragione d’essere, di
un modo di vivere a misura d’uomo. Il confronto leale con la natura rimase
perciò elemento imprescindibile dal quale ripartire per i viaggi d’esplorazione
in tutte le terre del pianeta, portando a conoscenza di molti, durante la lunga
collaborazione con il settimanale Epoca, ciò che pochissimi potevano
vivere.
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Cominciò così il suo straordinario pellegrinaggio in territori estremi
attraverso viaggi nei cinque continenti alla ricerca della aree naturali più
intatte del pianeta: in Sudamerica alle sorgenti dell’Orinoco e del Rio delle
Amazzoni, in Australia nel grande deserto salato, sulle orme di Herman Melville
sull’Isola di NuKu-Hiva (Polinesia francese), sulle Ande con l’ascesa alla
vetta dell’Aconcagua, nello Zaire e nel Mar della Sonda nell’inferno del
vulcani Nyiragongo e Krakatoa, in Amazzonia tra le popolazioni indigene. Tutto
questo verrà descritto nei numerosi volumi pubblicati in questi ultimi cinquant’anni
anni, insieme a straordinari reportages fotografici. |
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Ripercorriamo,
attraverso alcuni dei suoi libri e
testimonianze, la storia del grande alpinista ed esploratore italiano, il cui
spirito d’avventura nacque dalle letture fatte da ragazzo di autori come
Conrad, Melville, Stevenson e Defoe.
LA FARFALLA DI BONATTI
In Montagne di una vita (Baldini e Castoldi Dalai, 2003)
Bonatti racconta come, dopo aver dovuto rinunciare per il continuo maltempo
numerose volte l’attacco finale al pilastro sud-ovest del Dru (una delle
scalate più ardite per l’alpinismo internazionale e fino al tentativo di
Bonatti mai portata a termine), nel crepuscolo, mentre si avvia al rifugio che
lo ospiterà in attesa dell’assalto finale alla montagna, scorge una farfalla
intorpidita dal gelo e vede in essa, sono sue parole, il suo stesso destino, le
sue stesse debolezze e pene, il suo stesso dramma. L’indomani giunge l’ora
della partenza vissuta come un sollievo e nel descrivere un passaggio difficile
Bonatti ci regala tutto il senso del pericolo incombente: intorno a me un
vuoto impressionante, fatto di gelide ombre sfuggenti dominate dal profilo
vertiginoso del Pilastro del Sud-Ovest.
Mentre avanza nella scalata, dopo giorni di solitudine, si stupisce e quasi s’intimorisce
della propria stessa voce per il silenzio assoluto che lo circonda; è ancora il
vuoto dividerlo dalla vetta, un vuoto impressionante che lo paralizza e lo rende
incapace di reagire, costringendolo per almeno un’ora a rimanere immobile
appeso ad un unico chiodo fino a quando ricercando dentro se stesso, riuscirà a
trovare la forza necessaria per trovare la soluzione al difficile passaggio che
le consentirà di raggiungere per primo la vetta del Dru.
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Pagine drammatiche sono quelle che ricordano l’ascesa, con Andrea Oggioni
compagno di numerose scalate, al Monte Bianco attraverso la via del Pilastro
Rosso di Brouillard. La descrizione del paesaggio alpino, quando ancora i due si
stanno avvicinando all’ascesa finale, esprime un’attesa fiduciosa per l’impresa
imminente. Bonatti trova il tempo di soffermarsi ad osservare l’ambiente
estivo del Monte Bianco e darci pagine di un sincero stupore per la natura:
sente l’eco dei torrenti in valle, il rumore del vento, il ronzio degli
insetti e l’odore della terra umida di quella estate di fine anni Cinquanta.
Scende la sera e dai ghiacciai scaldati dal sole della giornata giunge ancora il
fragore dei crolli lontani dei seracchi. Poi nel silenzio i due alpinisti
attendono nei sacchi con ansia la partenza stabilita allo scoccare della
mezzanotte.
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Comincerà allora quella che può essere definita a ragione come
un’odissea bianca. Il tempo, durante la marcia di Bonatti e Oggioni peggiora, l’ascesa
diventa impossibile e il rientro alla base si trasforma in una corsa drammatica
sotto la neve, con folate di vento caldo che provocano un susseguirsi di slavine
intorno a loro. In un vortice di variazioni atmosferiche il gelo riprende a
mordere i due alpinisti, rendendo i loro abiti rigidi come corazze ma la
rinuncia non è contemplata nei piani di Bonatti e Oggioni, e tre giorni dopo
sono nuovamente sulla via dell’ascesa decisi a domare il Pilastro Rosso. La
stagione però non dà tregua e ancora una volta i temporali si scagliano contro
la coppia che questa volta però è costretta per salvarsi a proseguire verso la
vetta. A 4600 metri di quota i tremendi boati dei fulmini rendono l’aria
satura di elettricità e la minaccia mortale scorre lungo le piccozze; il loro
procedere nel vento teso diviene una disperata fuga verso l’alto. La grandine
si trasforma presto in turbine di neve mentre la visibilità diventa quasi nulla
e il loro procedere si fa affannoso nella neve. Tuttavia, quasi senza rendersene
conto, arrivano sulla vetta del Monte Bianco: è il 5 luglio 1959.
UN
MODO DI ESSERE
Bonatti è da sempre in contrasto con l’alpinismo d’assalto, con l’alpinismo
della corsa ai record e delle sponsorizzazioni. Questa evoluzione della pratica
alpinistica è stata, come abbiamo detto, alla base della decisione di Walter
Bonatti di abbandonare i canali ufficiali dell’alpinismo per seguire un
cammino autonomo, libero il più possibile dai condizionamenti. Sono state
numerose le occasioni in cui Bonatti ha espresso le proprie convinzioni, come
nelle pagine di
Un
modo di essere (Dall’oglio Editore, 1989): una valutazione nettamente negativa quella di Bonatti nei confronti dell’industria
di montagna che ruota intorno alle grandi imprese sportive, dove la
realizzazione concreta dell’impresa alpinistica è circondata dall’alone
dello sponsor, dal risultato in termini di innovazione tecnologica dell’azione,
dal peso commerciale che ne può conseguire. Per Bonatti non è più lo sponsor
a fare da supporto ad un’impresa bensì l’impresa a ridursi al servizio
dello sponsor con tutte le implicite deformazioni.
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La specializzazione è un altro dei problemi che colpiscono l’ambiente
alpinistico, il quale dovrebbe ritornare ad essere avventura più che
specializzazione e soprattutto dovrebbe rispettare una fondamentale regola: "sulle
montagne ci si arrampica con la fantasia e col cuore ancor prima che con i
muscoli" (Airone Montagna, 1977).
Si chiede Bonatti se fattori fondamentali parte stessa dell’alpinismo, come l’ignoto
e la sorpresa, vengono a scolorirsi fino a scomparire, come possono le azioni
alpinistiche essere un coinvolgimento di tutta la persona e non solamente di una
parte, facendo a quel punto dell’individuo solo una componente del meccanismo
organizzativo? |
Bonatti precisa certo come questo non significhi che ogni impresa
specializzata ed estrema oggi non acquisti valore d’avventura ma il punto è
individuare che cosa spinge a queste imprese, e se questo si scopre essere
pressione dei mass media, bussiness e pubblicità, inevitabile è la morsa che
stringe l’individuo, non più protagonista autonomo, non più padrone delle
proprie scelte e delle conseguenze positive o negative che conseguono dalle
proprie decisioni.
Bonatti sostiene perciò che "non
può sussistere avventura laddove vengono alterate peculiarità come l’incertezza,
la precarietà, il coraggio, l’esaltazione, la solitudine, l’isolamento, il
senso della ricerca e della scoperta, la sensazione dell’impossibile, il
mettersi alla prova con i soli propri mezzi" (Bonatti
nella relazione di apertura del Convegno Internazionale Montagna Avventura 2000).
Un’impresa che si doti di mezzi tecnici (ad esempio il GPS) per garantirsi un
perfetto orientamento non è criticabile in quanto tale ma lo è quando viene
spacciata per avventura comparandola con le imprese di passati pionieri.
PATAGONIA E AMAZZONIA, DUE GRANDI AMORI DI BONATTI
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In La mia Patagonia troviamo
raccolte una serie di splendide fotografie che documentano i viaggi di Bonatti
nelle terre patagoniche. In tempi in cui la Patagonia è al centro dell’attenzione
turistica, osservare le foto di Bonatti rappresenta una piacevole scoperta: la
sensibilità di Bonatti nel cogliere la bellezza della natura patagonica riesce
a produrre dei veri e propri ritratti naturali.
La Patagonia cilena si sviluppa tra il grande altopiano continentale coronato
dalle vette della cordigliera e i fiordi, le isole, i canali e dall’Oceano
Pacifico.
Il clima, nel quale le precipitazioni nevose sono continue con venti sono impetuosi e dove quote di 1000 metri sul livello del mare
corrispondono ai tremila metri sulle Alpi, dipende dalla vicinanza con l’Antartide
e dall’incontro dei due Oceani e dallo scontro delle correnti atmosferiche. |
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E’
questo l’ambiente naturale esplorato da Bonatti a più riprese nel corso degli
anni a partire dal 1958, l’anno in cui per la prima volta Bonatti partecipò
ad una spedizione alpinistica in Patagonia alla conquista della guglia granitica
del Cerro Torre. Dovendovi rinunciare per la mancanza dell’attrezzatura minima
necessaria (nonostante il progettato ritorno previsto per l’anno successivo,
che non avvenne a causa della presenza sul posto di un’altra spedizione), il
gruppo composto da Carlo Mauri, l’amico italo-argentino Folco Doro Altan e
René Eggmann deciderà di cambiare programma, arrivando in tal modo a scalare i
3537 metri dell’inesplorato Cerro Mariano Moreno (la più alta vetta della
Cordigliera Patagonica Australe) e poi in successione la catena di cime
ghiacciate sul Cordon Adela che separa la cordigliera glaciale Hielo Continental
(450 chilometri di lunghezza e 50/60 di larghezza) dalla pampa che accoglie il
lago Viedma.
Ecco nelle parole di Bonatti il ricordo di quella spedizione: "Ricordo quelle estensioni ghiacciate come
qualcosa di arcano. Le distanze perdevano il loro valore reale e tutto era
immenso, irraggiungibile" (Montagne di una vita, cit.).
Al termine della spedizione,
in trenta ore di marcia, avevano percorso 70 chilometri tra ghiacciai e pareti. Nel
1971 esplora per 500 chilometri quegli stessi fiordi che aveva inutilmente
cercato di intravedere dalla vetta del Cerro Moreno tredici anni prima, e che
rappresentavano per lui un mondo misterioso. Partì dalla penisola di Taitao per
arrivare fino alla Laguna di San Rafael, alla testata del ghiacciaio, ammirando
gli spazi immensi che lo circondavano, le imponenti architetture delle cime e
dei ghiacciai.
Le pregevoli immagini raccolte sono una splendida testimonianza
di quelle distese ghiacciate che partendo dagli altipiani, risalgono le vette
della cordigliera per poi precipitare nei fiordi ad ovest, sotto forma di
ghiacciai vallivi. Si tratta di un ambiente polare dove però a contorno vi è l’abbondante
vegetazione subtropicale che Bonatti attraversa. Lo scopo è quello di esplorare
un entroterra che vede la presenza di tutte le specie vegetali patagoniche e
caratterizzato da un sottobosco così fitto da rendere problematica la marcia a
piedi di Bonatti. Nel
Marzo 1971, reduci dalle scalate sullo Hielo Continental, Bonatti e il suo
compagno Folco Doro Altan decidono di navigare lungo l’intero corso del fiume
Santa Cruz dal Lago Viedma fino all’Atlantico, con l’intento di ricordare la
prima esplorazione del geografo Francisco Moreno avvenuta nel 1877, seguita a
quella nel 1834 del giovane Charles Darwin
che aveva dovuto rinunciare all’impresa dopo ventun giorni per le difficoltà
incontrate nel risalire con le scialuppe del Beagle l’impetuosa corrente.
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Questo percorso permetterà ai due di ammirare la ricca fauna che popola le
sponde del Santa Cruz: dalle volpi grosse da sembrare lupi del lago
Viedma, per lunghe ore immobili ad attendere che la risacca butti sulla preda
qualche pesce; ai cavalli bradi (i baguales) che osservano i due
passare sulle acque a bordo del minuscolo canotto giallo; o ai guanacos
che alle luci dell’alba scendono sulle rive ad abbeverarsi. Un’impresa,
quella di scendere lungo il Santa Cruz, rivelatasi più difficile delle
previsioni a causa della corrente impetuosa, del vento così radente sull’acqua
da rendere a volte ingovernabile l’imbarcazione e delle imprevedibili maree
oceaniche risalenti il corso del fiume. |
Nel
1986 con due compagni ritorna sullo Hielo Continental con l’intento di
compiere una spedizione in completa autosufficienza, procurandosi il cibo lungo
il percorso e senza utilizzare mezzi di trasporto. Un viaggio nel quale
attraversano le paludi patagoniche, le boscaglie e le foreste di giganteschi
faggi magellanici. Un itinerario nel quale le difficoltà si fanno tuttavia
insuperabili risultando impossibile procurarsi il cibo senza contravvenire ai
divieti di caccia imposti dalle autorità, tanto da spingere i tre componenti
del gruppo a rinunciare a proseguire. Ecco il ricordo dello stesso Bonatti: "Volevo
spingermi in quelle immense solitudini senza mezzi tecnici, senza radio, senza
aerei al seguito. Andavo alla ricerca della forza e della volontà dell’uomo
antico, che esplorava il mondo contando unicamente sulle proprie forze.
In
Patagonia, dopo venti giorni di marcia, sono stato costretto ad arrendermi: non
potevo vivere di caccia perché tutta la regione, sul versante cileno, è stata
dichiarata parco naturale e quindi la caccia vi è proibita; non potevo vivere
di pesca per ché tutte le acque della Patagonia sono oligotrofiche, cioè prive
di qualsiasi forma di vita; le piante commestibili, poi, erano rarissime. Dentro
di me c’era un’altalena tremenda tra la voglia di continuare a tutti i costi
e la necessità di arrendermi. Alla fine ho trovato il coraggio necessario per
cedere. E ora mi sento molto più ricco, proprio perché ho preso per l’ennesima
volta coscienza dei miei limiti". (colloquio di Duilio Pallottelli con Bonatti, in Airone agosto
1986)
La
spedizione assumerà per forza di cose caratteristiche alpinistiche
impegnandosi nella salita ad una vetta inviolata alla quale verrà conferito il
di Punta Giorgio Casari in ricordo di un amico scomparso. Da lassù Bonatti osserverà le lontane montagne che ventisette anni
prima aveva scalato.
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Nel 1973 Bonatti decide di ripercorrere un celebre itinerario fluviale nelle
regioni dell’Amazzonia venezuelana, quello compiuto tra il 1799 e il 1804 dal
barone Alexandre von Humboldt, descritto nei trenta volumi del Viaggio nelle
regioni equinoziali del Nuovo Continente.
L’avventura durerà due mesi e si snoderà lungo i corsi d’acqua Adabapo,
Casiquiare, Padamo ed il grande Orinoco, a bordo di diverse imbarcazioni in uso
nella zona. Le impressioni che ne ricaverà Bonatti sono sorprendentemente
simili a quelle di Humboldt che nel suo diario di 174 anni prima scriveva:.
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“Le
rive senza storia del Casiquiare, inabitate e coperte di selva, occupano la mia
immaginazione. Lì, in mezzo al Nuovo Continente, uno quasi si abitua a
considerare l’uomo come qualcosa che non appartenga, necessariamente all’ordine
naturale. Il suolo è densamente rivestito di piante, il cui libero sviluppo non
trova alcun ostacolo. I caimani e i boa sono i padroni del fiume; il giaguaro,
il pécari, il tapiro e le scimmie deambulano per la selva senza timore né
pericolo; abitano lì, loro patria d’origine. Questo spettacolo della natura
viva, dove l’uomo non è niente, ha qualcosa di paradossale e oppressivo. Qui,
in un territorio fertile, adorno d’un verde perenne, uno cerca invano la
traccia dell’azione dell’uomo; si crede un esiliato in un mondo diverso da
quello in cui nacque…”.
Bonatti nel riportare queste impressioni svela
ancora una volta quella che è la sua filosofia nell’affrontare un viaggio: storia,
paesaggio naturale e avventura personale devono divenire un’unica cosa
fondersi così da vivere nella natura esperienze per ogni uomo uniche.
Già nel 1967 Bonatti era giunto sull’Alto Orinoco ed era entrato in contatto con
la popolazione indigena degli waikas Yanoami, raggiungendo un loro
villaggio cintato dalla caratteristica forma circolare e si era ritrovato
immerso in un’atmosfera selvaggia: i piccoli indios, i cui corpi sono dipinti
di rosso, brandiscono archi e frecce mentre le donne reggono i piccoli
aggrappati sulle spalle. Parlano animatamente e circondano eccitati i componenti
la spedizione. In seguito si ripeterono gli incontri con diverse tribù
amazzoniche ma Bonatti ricorderà quell’avventura come una delle più
emozionanti. A testimonianza di questo primo incontro e dei successivi rimangono
le decine di foto scattate da Bonatti, pubblicate insieme ai reportages
fotografici sulle Terre Alte della Guayana (1975) e sulla ricerca delle sorgenti
del Rio delle Amazzoni (1967 e 1978) nel volume L’ultima Amazzonia, Massimo
Baldini editore, 1989. Nel libro ritroviamo i volti dipinti di scuro dei
guerrieri, le attività all’interno del villaggio, la pesca delle donne con
grandi cesti nelle acque dei fiumi, la faticosa raccolta della legna, il taglio
dei capelli, la caccia di animali e la distribuzione delle loro carni. Delle
molte immagini forse una più di altre rivela il mondo che Bonatti andava
cercando: è una foto ripresa dall’imbarcazione di Bonatti ancora a
largo, al centro del fiume, mentre sulla sponda un gruppo di indigeni osserva i
nuovi venuti. Sono più numerosi i bambini degli adulti, si intravedono una
madre con il proprio figlio in braccio dietro un grosso albero, due imbarcazioni
intagliate nei tronchi ferme sulla riva; dietro, l’incredibile rigoglioso
intrico verde della foresta amazzonica li sovrasta.
I LIBRI
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K2. La
verità, Baldini Castoldi Dalai 2005, pp. 316, sesta edizione.
Cosa accadde davvero il 30 e 31 luglio 1954 sul K2, a partire dai 7627
metri dell'ottavo campo e fino agli 8616 metri della sua cima - la seconda
più elevata della Terra - vinta cinquant'anni fa dagli italiani? Come
hanno potuto reggere, e persistere - davanti a documentazioni fotografiche
e a testimonianze inequivocabili - le falsità della storia ufficiale di
quel riprovevole assalto finale? Bonatti, protagonista e vittima della
vicenda, qui riepiloga fatti e testimonianze, documenti e inchieste,
eliminando ogni possibile dubbio su come siano andate realmente le cose.
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Solitudini
australi, Edizioni Museo Nazionale della Montagna 1999, pp. 129, testo
e fotografie a colori di Walter Bonatti, a cura di Aldo Audisio e Roberto
Mantovani.
Walter Bonatti racconta con testi e immagini la propria esperienza di
esplorazione e scoperta in Patagonia e Terra del Fuoco. Presenta in questo
volume le fotografie raccolte nei dodici viaggi compiuti a partire dal
lontano 1958 e alcune del viaggio del 1999 compiuto insieme al regista
Fulvio Mariani autore del film La libertà di esplorare girato in
Patagonia e Terra del Fuoco.
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Fermare le
emozioni. L'universo fotografico di Walter Bonatti, Edizioni Museo
Nazionale della Montagna 1998, pp. 171, testi e fotografie a colori di
Walter Bonatti.
A cura di Aldo Audisio e Roberto Mantovani. Walter Bonatti racconta con
testi e immagini i suoi viaggi nei cinque continenti alla ricerca della
aree naturali più intatte e selvagge del pianeta: in Sudamerica alle
sorgenti dell'Orinoco e del Rio delle Amazzoni, in Australia nel grande
deserto salato, sull'Isola di NuKu-Hiva, sulle Ande Aconcagua, nello Zaire
e nel Mar della Sonda nell'inferno del vulcani Nyiragongo e Krakatoa, in
Amazzonia tra le popolazioni indigene. Con un'intervista di Roberto
Mantovani a Walter Bonatti.
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L’ultima Amazzonia, Massimo Baldini Editore, libro fotografico, pp.207,
1989
Un modo di essere, Dall’oglio editore, 1989
La mia Patagonia, Massimo Baldini Editore, libro fotografico, pp.227,
1986
Processo al K2, Massimo Baldini Editore, pp.123, 1985
Avventura, Rizzoli, pp.253, 1984
Magia del Monte Bianco, Massimo Baldini, 1984
Le mie montagne, Rizzoli, pp.181, 1983
Ho vissuto tra gli animali selvaggi, Zanichelli, illustrato, pp.224, 1980
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