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Ruy
Gonzàlez de Clavijo, Viaggio a Samarcanda 1403-1406, Un ambasciatore spagnolo alla corte di Tamerlano, a cura di Paola Boccardi Storoni, Roma, Viella Libreria Editrice, 1999, pp.248, 15 ill. e due cartine 20x40 a colori, € 19,63 |
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Si era nel pieno del secondo conflitto mondiale
(1942), quando lo studioso sovietico Guerrassimov ricostruì, sulla
base del cranio ritrovato nel sarcofago ricavato da un enorme monolite
di giada e custodito sotto la cupola turchese del mausoleo, i tratti del
volto di Timur Lang (Timur lo Zoppo): per la prima volta si poteva vedere
in viso il terribile imperatore asiatico, che da semplice capo di una tribù
del Turkestan, autoproclamatosi discendente di Gengis Khan, era riuscito
a diventare il padrone di un vastissimo dominio con capitale la leggendaria
Samarcanda. Questo volto lo ritroviamo tra le belle illustrazioni della
curata edizione italiana del Viaggio dell’ambasciatore spagnolo Ruy González
de Clavijo, per le edizioni Viella Libreria Editrice. L’opera di traduzione
ed annotazione di Paola Broccardi Storoni, permette oggi al lettore italiano
di seguire (anche con l’aiuto di due cartine a colori) lo straordinario
viaggio dell’ambasciatore madrileno alla guida di una missione diplomatica
nelle terre di Tamerlano, voluta da Enrico III re di Castiglia e di León;
un viaggio di 20.000 chilometri per mare e per terra che ebbe inizio a
Cadice il 21 maggio 1403 e termine alla corte del re il 24 marzo 1406. Attraverso il diario di Clavijo saremo partecipi
di una miriade di incontri, avvenimenti, impressioni, e si potrà
così accompagnare Clavijo mentre naviga lungo la costa calabra ben
coltivata a grano, con frutteti e vigneti ed osservare Messina con le sue
case ben fatte in pietra viva che si affacciano sulla baia; ascoltare il
racconto della tempesta che sorprende il veliero a largo di uno Stromboli
in piena eruzione e, in vista dell’isola di Rodi, ammirare gli orti curati
delle case dove vi sono piantati cedri, pompelmi, limoni e altri alberi
da frutto; raggiungere una Costantinopoli in pieno splendore, cinquant’anni
prima della conquista e della distruzioni turche, e ammirare gli splendidi
mosaici delle chiese bizantine, tra decine di preziose reliquie mostrate
dai sacerdoti; camminare tra le navate della chiesa di Santa Sofia e conoscerne
l’inviolabilità a favore di chiunque vi si rifugi quale che sia
il crimine commesso. Dopo aver incrociato, nello stretto dei
Dardanelli, le navi genovesi e veneziane fronteggiarsi per avere il predominio
delle vie commerciali, inizieremo con lui il cammino via terra, partendo
da Trebisonda sulle rive del Mar Nero, risalendo le alte montagne innevate,
attraversando torrenti e foreste, e ci fermeremo con il suo seguito al
Castello dei delinquenti posto su un alto picco roccioso, tenuto dal signore
Cabasica, al quale nessuno osa avvicinarsi se non in gran numero e sempre
pagando un forte pedaggio. Nell’assistere alle violenze dell’ambasciatore
dell’impero, che accompagna Clavijo e ne garantisce l’incolumità,
nei confronti dei capi villaggio che non ubbidiscono agli ordini riguardo
al cibo, ai cavalli e agli uomini necessari per il servizio alla carovana,
capiremo di essere entrati nel regno di Tamerlano. Ai piedi del monte Ararat
ascolteremo la storia della Dama mussulmana che dà accoglienza a
Clavijo nel suo castello senza porte (il cui marito fu vittima di Tamerlano).
Incontreremo sulla via l’ambasciatore del sultano del Cairo, in viaggio
anch’egli verso Samarcanda, con al seguito venti cavalli, quindici cammelli
carichi di doni, sei struzzi e una giraffa descritta da un ammirato Clavijo.
Faremo tappa in una Teheran allora solo un centro commerciale in un magnifico
scenario naturale, per poi avanzare nel caldo torrido, tra venti infuocati
(cui nemmeno i falconi sanno resistere), rimanendo impietriti di fronte
a due torri fatte di argilla e di crani umani, quelli dei membri della
tribù dei Tartari Bianchi sterminata da Tamerlano. Finalmente arriveremo a Samarcanda, dove
non vi sono difficoltà ad entrare ma dove per uscirne sono necessari
i documenti di permesso e il pagamento di un grosso pedaggio. Parteciperemo
all’incontro di Clavijo con Tamerlano, incuriositi dalla fontana da cui
scaturiscono alti zampilli e nella quale galleggiano mele rosse, stupiti
dai banchetti organizzati in onore dell’ambasciatore, dalla spropositata
quantità di carni offerte, dalle centinaia di cavalli e montoni
scuoiati e arrostiti portati dai servitori su vassoi di cuoio al cospetto
delle mogli di Tamerlano e dai fiumi di vino al cui consumo esagerato è
impossibile sottrarsi. Ammireremo le enormi tendopoli erette per le feste
ai margine della città, gli spettacoli e le parate degli elefanti
da guerra alle cui zanne vengono fissate spade. Il diario di Clavijo ci appare come un documento
di straordinaria importanza perché ha le caratteristiche di una
descrizione realistica ed oggettiva di ciò che andava scoprendo,
osservando, ammirando lungo il cammino che lo avrebbe portato al cospetto
del grande condottiero asiatico. Il suo resoconto di viaggio ci offre innumerevoli
notizie sui costumi delle genti che incontrava, e scrive con l’accuratezza
e la precisione che permette di riportare, noi lettori del XXI secolo,
al quel Quattrocento feudale, precisando luoghi, rammentando decine di
nomi di città e villaggi, annotando aspetti geografici e climatici,
indicando i mesi, i giorni, le ore del suo cammino instancabile nel pieno
di grandi eventi politici, umani, sociali. Ricorderemo di Clavijo il suo avanzare faticoso
tra bufere di neve e di sabbia, montagne e deserti di dune, fedele nel
portare a termine l’incarico ricevuto quale emissario di un’Europa che
vedeva nel sanguinario padrone asiatico (da quel 29 luglio 1402 che aveva
visto Tamerlano sconfiggere ad Ankara e imprigionare il sultano ottomano
Bayazid), il baluardo all’avanzata ottomana. L’asiatico poteva essere un
sicuro garante delle basi commerciali sul Mar Nero e delle strade che attraversando
l’Asia conducevano a oriente. Le stesse strade dove Timur Lang trovò
la morte il 19 gennaio 1405, quando (quasi settantenne) alla testa di un’armata
di duecentocinquantamila uomini tentò l’ultimo suo assalto, l’ultima
sua conquista: la Cina imperiale.
Assonanze Il cuore perduto dell’Asia. In treno da Turkmenistan
al Pamir (The Lost Heart of Asia, 1994), Colin Thubron, Milano, Feltrinelli
Traveller, 1995, trad. di Alessandro Cogolo, pp.367 (lire 30.000). © 2000 Riproduzione riservata |