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Percorro con l'auto la strada che
attraversa Longarone ed osservo le pendici dei monti che lo circondano. Mentre
le pagine di Mauro Corona rivelano il fondo tragico del paesaggio, torno
a trentanove anni prima, prima dell'ultima estate… l'ultima estate che
sarebbe trascorsa. Salgo lentamente la strada che porta ai paesi della valle del
Vajont e alla diga. Quante volte questa parola è stata pronunciata in questa
terra. |
Quante volte queste due sillabe hanno tracciato l'aria, e com'è stato
diverso il loro significato: la diga in progetto, la diga in costruzione, la
diga è conclusa, la diga è un pericolo, la diga è crollata…no, c'è ancora.
Non c'è più Longarone, non c'è più vita nella valle.
La prima volta che ne sentii parlare fu alla televisione, molti anni fa. Si
riproponeva un vecchio servizio giornalistico di denuncia, in occasione di una
qualche sentenza. Mi avevano impressionato le interviste ad una giornalista, Tina
Merlin, immagini in bianco e nero così lontane nel tempo. Ricordo i modelli
in scala della diga, insieme ad un'immensa distesa grigiastra di fango,
un'immagine che ritorna guardando laggiù in basso alla Longarone di oggi, fatta
di decine di capannoni e nuove abitazioni.
Il sole ritorna dopo l'oscurità di una galleria, sulla destra il monumento a
ricordo delle vittime, poi un grande piazzale dove un pulmann ha appena
scaricato, per osservare la diga, un gruppo di persone. Rallento indeciso, poi
proseguo lungo la strada che si snoda tra cumuli di pietre e sassi,
testimonianze della sconvolgente furia di terra e di acque del 9 ottobre
1963. Paesaggio desolato che contrasta con il verde dei pendii intorno, un
paesaggio che disorienta: dove ci si aspetterebbero alberi e prati, domina una
stentata vegetazione pioniera.
Cerco con lo sguardo il paese di Erto. Una tabella mi porta tra le mura
del centro antico, ma lo attraverso rapido per vederlo dall'alto, ed ecco, nel
silenzio di un pomeriggio senza vento, i tetti delle case in pietra, senz'anima
se non quella del passato rievocato dalle pagine di Corona. Provo ad immaginare,
piena di grida e di richiami, la vita in quegli stretti vicoli, mentre su
di un prato ripido una donna raccoglie l'erba falciata. Era così anche in
quell'estate del 1963? Osserva il forestiero, e mi sento un intruso, vorrei fare
un cenno di saluto ma sembra anche questa una confidenza inutile.
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Riprendo il cammino ed esco dal paese per raggiungere le poche case di San
Martino. Scrive Corona: "Qualcuno, prevedendo un futuro pieno di
guadagni, costruì l'intelaiatura in cemento armato di un enorme albergo a tre
piani, un obbrobrio sopravvissuto all'onda e che si trova ancora là, scheletro
assurdo e inconcepibile, sulla curva di San Martino. Era una cosa talmente
orrenda che neppure l'acqua del Vajont lo prese con sé. Si portò via le cose
belle, ma quello lo volle lasciare ai posteri perché meditassero". |
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Circondato dalla vegetazione, osservo quelle colonne di cemento protese verso il
lago, tra le quali è parcheggiato un traino agricolo e qualche altro attrezzo.
Vi cammino intorno scendendo lungo una discesa erbosa, e tra gli arbusti
intravedo Erto di cui percepisco la posizione, posato sul ciglio della scarpata
che scende verso quello che rimane del grande lago verde scuro "dove di
giorno filavano le barche e dove qualche facoltoso personaggio aveva costruito
sulla riva, in mezzo ai larici, la sua dimora estiva".
Mi lascio alle spalle il Passo
Sant'Osvaldo, da cui scesero verso la Val Cellina gli sfollati della
frana. La strada passa tra i boschi, e quando tra Cimolais e Claut ampie
distese d'erba si aprono su entrambi i lati, come sembra lontano nel tempo e
nello spazio lo sconvolto paesaggio della valle. E' un'altra terra questa, dove
ai margini dei prati si inerpica il fitto bosco, con il verde delicato dei faggi
sullo scuro delle abetaie, gli stessi colori che forse videro nella primavera
del '64 le genti del Vajont, dopo aver passato a piangere i morti nel duro
inverno seguito alla catastrofe. E' qui che mi ritrovo a pensare a coloro che
ripresero forza, e ricominciarono, cambiati per sempre, a camminare con fatica
lungo i sentieri.
di Davide Squarcina
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