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Aldo
Gorfer
Solo il vento bussa alla porta
Fotografie in b/n di Flavio Faganello
Cierre Edizioni pp. 235, collana nordest |
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Questo è uno di quei libri nei quali testo e immagini danno vita al
racconto di anni difficili vissuti dalle genti montane, fatto di memoria e
testimonianza all'indomani dell'alluvione del novembre '66, legata
nell'immaginario collettivo a Firenze ma che colpì duramente anche le
comunità delle valli trentine, oggetto dell'intensa indagine compiuta da
Aldo Gorfer.
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Decine di paesi e contrade subirono lontano dai clamori il colpo di
piccole e grandi devastazioni, momenti drammatici vissuti da intere
comunità, uno dei quali è ricordato dallo scatto di Flavio Faganello che
apre il libro: Ischiazze, una frazione di Valforiana in Cembra spazzata
via dal torrente Avisio in piena, è teatro di un'insolita processione di
uomini e ragazzi in mezzo ai massi che hanno travolto la chiesa; per
portarli in salvo tengono tra le mani gli oggetti sacri e trasportano un
grande crocefisso ligneo. Quanti di quei ragazzi ritratti sarebbero
rimasti ad abitare
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quelle montagne, coltivando una speranza di futuro?
Gorfer girò le valli trentine per rispondere, capire, orientarsi in
quello che apparve presto ai suoi occhi come un mondo destinato alla
scomparsa. Era giunto il momento, in quell'inverno '66-67 di andare a
vedere, di girare con la curiosità del cronista tra i masi e i paesi
delle valli senza inseguire malinconie compiaciute, da uomo che amava le
cronache, i fatti, non le celebrazioni e i necrologi o descrizioni ad
effetto dei borghi in abbandono, come nota nell'introduzione Franco de
Battaglia a questa riedizione di Solo il vento bussa alla porta.
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A Gorfer appariva ormai chiaro come prima l'emigrazione e poi le frane
stavano facendo scomparire un mondo, culture e tradizioni vecchie di
secoli agonizzavano, e non si trattava di un passaggio contingente ma di
un profondo rivolgimento, ma voleva capire se questa scomparsa
significasse solo oblio o se ci fosse una qualche nuova possibilità per gli
abitanti della montagna che |
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consentisse loro di restare. Sevrór,
Pian, Medil, Cornian, Margon, Roa, Braila sono solo alcuni dei paesi e dei
borghi visitati nei quali incontrando gli abitanti poneva domande,
ascoltava progetti e necessità (una strada nuova, la linea elettrica o
quella telefonica), raccoglieva confidenze, disincanti, scopriva lo
scorrere duro e semplice della vita. Si fermava a parlare con i bambini e
i ragazzi incontrati nelle vie dei paesi, chiedeva se a loro piaceva
restare, se la scuola era lontana, quali i loro sogni, fiutando dalle
risposte l'eco dei discorsi fatti in famiglia e di come ci fosse sempre un
paese o una città più grande ad attrarre. Racconta le vicende di paesi
spopolati dalla peste, incendiati, ricostruiti altrove e di nuovo abitati
ma nel suo girovagare tra quelle sparute comunità percepisce un'attesa
sospesa della fine. Molti di questi paesi cederanno all'abbandono,
qualcuno scomparirà sotto le acque di un bacino idroelettrico, altri
troveranno una nuova, strana e intermittente identità grazie alla
sospirata strada sulla quale torneranno gli emigranti per trascorrere gli
anni della pensione e poi i loro figli e nipoti, villeggianti d'estate.
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A distanza di dodici anni (nel 1979-80) Gorfer ritornerà sugli stessi
luoghi e, osservando vecchi selciati annegati nell'asfalto, cabine
elettriche poste tra una croce e un tabernacolo ottocentesco, case
turistiche vuote a punteggiare i terrazzamenti un tempo coltivati,
constaterà amaramente come "la speranza di ritrovare un Trentino
minore meno sofferente e più ottimista è risultata vana. I paesaggi
selvaggi e i paesaggi umanizzati della montagna sono insidiati da vicino
se non sono già stati aggrediti dal degradamento o dalla colonizzazione.
Avremo forse l'ambiente che ci meritiamo".
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L'abbandono delle frazioni di montagna osservato da Gorfer è un fenomeno
ancora attuale in tutto l'arco alpino ed appenninico, con gli ultimi due
decenni che hanno visto la popolazione concentrarsi e crescere
notevolmente nei grossi centri posti lungo le grandi direttrici di
comunicazione. Resta da vedere quale sarà il destino del territorio
montano, ma se si vuole sfruttare le potenzialità di un ambiente nel
quale le persone possano vivere e lavorare sarà necessario, come sostiene
Werner Batzing uno dei maggiori studiosi dell'arco alpino, invertire la
tendenza all'urbanizzazione combinando le attività tradizionali con
quelle che utilizzano le nuove tecnologie, altrimenti la vita in montagna
difficilmente avrà un futuro e solo il vento busserà alla porta.
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di Davide Squarcina
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© 2004 Riproduzione riservata Bibliografia
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Gli
eredi della solitudine. Viaggio nei masi di montagna del Tirolo del
sud di Aldo Gorfer, Cierre Edizioni, 2003, coll. nordest nuova
serie, pp. 304, fotografie in b/n, nuova edizione. Questo volume
propone un'inchiesta giornalistica e fotografica condotta nei masi
delle valli più isolate e impervie dell'Alto Adige. È stato forse il
primo libro a dare un volto e a descrivere le condizioni di vita e di
lavoro dei contadini delle montagne altoatesine che fino a trent'anni
or sono appariva una "sopravvivenza medievale". Un libro
amaro e scomodo corredato dalle fotografie di Flavio Faganello, che a
loro volta riescono a cogliere le persone nei loro gesti di speranza,
di rassegnazione, di dolore. |
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Con
voce di donna Flavio Faganello Cierre Edizioni, 2003, pp. 152.
"La montagna parla con voce di donna; le grandi vette
innanzitutto. Fin dai tempi più lontani malgari e pastori hanno
voluto rassomigliarle proprio alla donna, prestando loro nomi al
femminile". Sono fotografie, queste di Faganello, raccolte
nell'arco di trent'anni, nelle occasioni più disparate, nei momenti
più diversi, ma mai in maniera casuale. Dietro ogni scatto c'è un
pezzo di vita sulla montagna, il ricordo di una storia, una confidenza
raccolta sempre con pudore. |
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L'Alpe
10. Rivista Internazionale di cultura alpina.
Priuli&Verlucca, giugno 2004, pp. 144, illustrazioni e fotografie
a colori. Tema centrale di questo numero della rivista le città
alpine viste come importanti centri di collegamento fra montagna e
pianura, fra tradizione e modernità. Fra gli altri, articoli di
Giuseppe Dematteis (Le Alpi hanno bisogno delle città), Ettore
Bonazza (Trento, tessere il territorio), Enrico Camanni (Le mani sulla
montagna), Jon Mathieu (Quel mondo sfavorevole alle città). |
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Storia
del Trentino V. L'età contemporanea 1803-1918, Il Mulino, 2004.
Quinto volume di una grande opera sulla storia del trentino. A cura di
Maria Garbari e Andrea Leonardi è una pubblicazione dell'Istituto
trentino di cultura. Il Trentino, chiusa l'età napoleonica, venne
unito alla provincia tirolese, annesso all'Austria e incluso, fino al
1866, nella Confederazione germanica. Gravato da problemi economici e
sociali, seppe avviare una lenta ma costante trasformazione che lo
portò a superare diversi svantaggi dovuti a fragilità strutturali e
congiunturali. |
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Assonanze
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Recensione
di La nuova vita delle Alpi di Enrico Camanni, Bollati
Boringhieri. Una convincente analisi delle possibilità per le Alpi di
diventare teatro di un diverso modello di sviluppo in grado di
conciliare la difesa dell'ambiente con le ragioni dell'economia, la
specificità alpina con il turismo, la tradizione con la modernità ed
impedire che il territorio alpino si trasformi in una provincia della
pianura o in un parco-museo a uso dei cittadini. |
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Il
mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina. La pianura. La
collina. La montagna. Le Langhe di Nuto Revelli, Einaudi, 1997, pp.
435. La fame, il lavoro infantile, l'emigrazione, le guerre insensate,
la convivenza tra partigiani e nazifascisti. E poi l'abbandono delle
montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi
allevamenti, il turismo che sfigura il paesaggio. Nei racconti dei 270
intervistati da Revelli, i contadini e montanari delle valli cuneesi, i
vinti di sempre scorre una linfa poetica che affiora negli scatti della
memoria, con parole capaci di lasciare il segno. |
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