David Malouf, Nel mondo grande, The Great World, Frassinelli, 2000, pp.407, traduzione di Franca Cavagnoli, € 16,50
 
 
Illustrazione di F.E.P. design


C'è sempre un luogo, nel tempo e nello spazio, nel quale si concentra la vita di un uomo. E se questo luogo, è luogo di sofferenza e di morte, dove non è il fuoco a definire l’inferno sulla terra, ma la polvere, la luce accecante, il calore asfissiante, allora la vita che fino a quel momento si è vissuta e quella che si vivrà dopo, non potrà non legarsi ai volti, ai corpi, ai movimenti di coloro che insieme hanno vissuto in quel luogo, in quello spazio, in quel tempo.Questo luogo, nel Mondo Grande di David Malouf, sono i campi di prigionia in Malesia e Thailandia che, per quattro lunghi anni, concentrano le vite di migliaia di soldati australiani (furono 22.000 i prigionieri di guerra australiani in mano ai giapponesi, 8000 dei quali morirono) detenuti in balia del colera, della fame e delle infezioni. Le vite di Digger, Vic, Mac, Doug e di molti altri, divengono una vita unica, comune, sempre uguale nella violenza continuamente subita: “La polvere si sollevava dai sacchi di iuta che gli uomini andavano ammassando o altri avevano ammassato prima di loro. Non si riusciva a respirare…Parevano penetrati in un incubo. Seminudi, e per lo più scalzi, si muovevano a tentoni in una nebbia di polvere in cui non erano che ombre curve, vacillanti sotto sacchi di cinquanta chili”.
Ma se la prigionia è lo scenario guida del romanzo, Malouf ricostruisce sessant’anni di storia australiana attraverso la vita di Digger Keen e di sua madre Jenny, giovane donna emigrata in Australia dalla lontana Inghilterra per fondare, negli anni ’30, sulle rive di un fiume, la famiglia che lei non ha mai avuto perché orfana. E’ attraverso gli occhi di Jenny, mentre raggiunge, dopo il lungo viaggio di ventitremila chilometri, la nuova casa (non altro che una vecchia bottega sulla riva di un fiume, rivestita di tavole in rovina, ciò che rimane del passato familiare del marito Billy), che ci appare la Sidney di inizio secolo, con i suoi tram aperti, con i carri trainati da possenti cavalli e ragazzini che urlano i titoli dei giornali ai bordi delle strade.
Una storia australiana fatta di miseria e di emarginazione, come l’infanzia di Vic, che combatte con le dune di sabbia che avanzano verso la casupola fatta dei pezzi di legno di vecchie casse d’imballaggio e di lamiera ondulata. Ma è una storia fatta anche dei lunghi pomeriggi domenicali, nel lusso di quel tempo infinito prima del tè pomeridiano in cui trascinarsi lungo un campo da golf, della gente ricca, nell’umida e afosa Sidney degli anni cinquanta.
Sarà la poderosa memoria di Digger Keen a guidarci nella lettura delle quattrocento e più pagine di questo romanzo, a partire dalla sua infanzia, quando la passione per gli atlanti, per i luoghi geografici, si esprimeva nel riuscire a ricordare i nomi magici di città, paesi, isole, laghi, montagne e le forme di ogni nazione, alla ricerca del punto esatto che rappresenti sulle mappe Keen’s Crossing e lui stesso, alla ricerca di un legame tra il suo nome e il nome del posto in cui cresceva, per farne un legame indissolubile, vero spirito del Mondo grande.

di Davide Squarcina

 

David Malouf, scrittore di primo piano nel panorama della letteratura contemporanea di lingua inglese, è nato a Brisbane, Queensland, nel 1934. Il padre arrivò in Australia sul finire dell’Ottocento dal Libano e la famiglia della madre poco prima del Primo conflitto mondiale. Ha frequentato la Brisbane Grammar School e la University of Queensland, dove ha insegnato per due anni dopo la laurea. Ha lasciato l’Australia a ventiquattro anni per vivere a Londra dal 1958 al 1968, insegnando sia a Londra che a Birkenhead, per poi ritornare in Australia ed insegnare all’Università di Sidney presso il dipartimento di inglese, rimanendovi fino al 1977. Da allora, si dedica esclusivamente all’attività di scrittore, vivendo tra l’Australia e la Toscana.

 Traduzioni italiane: Una vita immaginaria, Frassinelli, 2001, pp.174, lire 26.000 (€ 13,43), postfazione di Franca Cavagnoli; Un poeta australiano: David Malouf a cura di P. Spinucei, Bulzoni 1985; Ritorno a Babilonia (Remembering Babylon), trad. di Franca Cavagnoli, Anabasi 1993, ristampa Frassinelli 1997, finalista del Booker Prize e vincitore dell’IMPAC Dublin Literary Award; Le conversazioni di Curlow Creek (Conversations at Curlow Creek), trad. di Franca Cavagnoli, Frassinelli 1998; Nel Mondo grande, vincitore nel 1990 del Commonwealth Writers Prize e del Prix Femina Etranger.

 Altre opere: i romanzi Johnno (1975) e Harland's Half Acre (1984); le raccolte di racconti Child’s Play (1981), Fly Away Peter (1982) e Antipodes (1985); l’autobiografia 12 Edmonstone Street (1985), in cui rievoca la sua infanzia a Brisbane; la commedia Blood Relations (1988); il libretto d’opera per la Australian Opera Voss (1986); e le raccolte di poesia Bicycle and Other Poems (1970), Neighbours in a Thicket (1974) e First Things Last e Wild Lemons: Poems (1980); le Boyer Lectures, lezioni tenute ogni anno negli studi della ABC Radio da un’importante personalità australiana A Spirit of Play: Boyer Lectures 1998 (1998).


Assonanze

 Il cielo a rovescio, Racconti contemporanei dall’Australia, a cura di Franca Cavagnoli, Mondadori, Milano 1998 (lire14.000). Il volume è un’efficace raccolta di racconti di scrittori australiani (nella quale David Malouf è presente con Cieli australi), curato dalla traduttrice di The Great World, Franca Cavagnoli. Vi troviamo, oltre ad una bella introduzione della curatrice, anche un utile profilo biografico dei quindici autori australiani contemporanei.

La riva fatale. L’epopea della fondazione dell’Australia (The Fatal Shore. The Epic of Australia’s Founding), Robert Hughes, trad. di Anna Ravano e Gabriella Luzzani, Adelphi, Milano 1995, pp.840, 63 ill.bn, 7 cartine (lire 32.000). Hughes (1938, australiano, critico d’arte di Time) racconta, in modo magistrale, di un esperimento coloniale mai tentato prima e destinato a restare unico nel suo genere: un continente inesplorato sarebbe diventato una prigione, proponendo, attraverso fonti manoscritte e a stampa, una vastissima teoria di notizie, racconti, episodi, biografie che conducono il lettore in un viaggio storico nel continente australiano.

 La città in riva al fiume (A River Town), Thomas Keneally, trad. di Pier Francesco Paolini, Frassinelli, 1997, pp.377 (lire 29.500). L’autore della Lista di Schindler (1935, australiano, insegna lingua e letteratura comparata all’Università della California) fa rivivere l’atmosfera sociale, politica e culturale dell’Australia di inizio secolo attraverso la vita di Tim Shea emigrato irlandese, gestore di una drogheria a Kempsey, una cittadina in riva al fiume Macleay sulla costa settentrionale del nuovo Galles del Sud.

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