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Un Posto Piccolo

Jamaica Kincaid, Un Posto Piccolo, A Small Place, traduzione di Franca Cavagnoli, Adelphi, Milano, 2000, pp.83, € 6,20

Genere: Letteratura nord-americana

Trama

Una sferzante analisi sulla distruzione culturale della popolazione caraibica di Antigua, prima sottoposta al dominio coloniale britannico e poi, una volta indipendente, ostaggio per anni di una classe politica corrotta. Un libro che fa di un linguaggio duro e preciso l’ultima arma in mano a chi vuole impedire che si dimentichi cosa ha significato la conquista europea in un isola diventata oggi meta del turismo internazionale.

Descrizione

Il primo capitolo di questo breve scritto sembra formulare una nuova versione delle distaccate osservazioni del calviniano Palomar, un neutro riferire dei pensieri di un turista occidentale in vacanza in un’isola caraibica. Ogni azione viene riferita con distacco: l’arrivo in aeroporto, la ricerca di un tassista, le strade della piccola capitale, l’albergo, la spiaggia meravigliosa. Sembra che nulla possa turbare quella che dovrà essere un’indimenticabile vacanza tropicale, nemmeno la pioggia dovrà farlo “perché pensi alle giornate faticose, fredde, lunghe e buie che hai trascorso lavorando sodo per guadagnare il denaro che ti ha permesso di venire in questo posto, dove splende sempre il sole e dove il clima sarà deliziosamente caldo e secco per il periodo dai quattro ai dieci giorni che trascorrerai qui”. Qualcosa però, a poco a poco, silenziosamente, furtivamente ma inesorabilmente si insinua nella mente del turista attraverso i numerosi particolari disseminati lungo il percorso, dall’aeroporto alle splendide spiagge: è la spiacevole sensazione, il disagio di essere osservato dalla gente per quello che si è, un turista bianco occidentale in vacanza. Nulla potrà contrastare questa condizione, non i dollari, non la comprensione, non il rispetto, non la buona educazione verso la gente locale. Tutto questo non potrà contrastare quella che è una condizione oggettiva: essere un turista bianco occidentale in vacanza in un’isola caraibica. L’isola è quella di Antigua dove è nata nel 1949 Jamaica Kincaid (oggi vive negli Stati Uniti) e della quale lei stessa dice che “non è l’isola che vedrai tu da turista”, perché quell’isola non esiste più. E’ questo l’inizio di una spietata denuncia dei mali della colonizzazione britannica, della sfacciata presunta superiorità dei colonizzatori, delle loro nefandezze nei confronti di un popolo indigeno investito da una catastrofe ben più devastante di qualsiasi altro evento naturale (e non dimentichiamo essere questa una terra di vulcani). Questa denuncia assumerà consistenza attraverso i ricordi personali di giovane ragazza alle prese ogni giorno con le macerie culturali lasciate dal dominio inglese: il club di golf nordamericano come entità separata, extraterritoriale, rigorosamente privato dove gli unici neri ammessi erano i domestici, frequentato da gente che contemporaneamente dava borse di studio a studenti antiguani e stanziava fondi per l’infanzia abbandonata; l’immigrato europeo, il quale ordinava alla propria moglie di fare un’ispezione sui bambini prima che fossero ammessi nel suo studio dentistico, per controllare non puzzassero o non avessero le unghie sporche; la direttrice di una scuola femminile, reclutata in Inghilterra dal dipartimento delle colonie, la quale ripeteva alle bambine antiguane che incontrava (alla scuola non erano ammesse) di smetterla di comportarsi come se fossero scimmie appese agli alberi; scolari educati a festeggiare il compleanno di una regina Vittoria a capo di una popolo civile e magnanimo così diverso dall’inglese abitante di Antigua sotto i loro occhi ogni giorno. E a proposito di questi festeggiamenti, si riferisce di una discussione avuta un giorno con un inglese il quale sosteneva che anche loro in Inghilterra festeggiavano il giorno della morte della regnante; Kincaid commentò in quell’occasione acidamente: “Be’, a parte il fatto che la regina era vostra e così tutto quello che facevate al riguardo andava bene, almeno voi sapevate che era morta”. Un destino quello della gente di Antigua, sostiene Kincaid, comune a quello di milioni di persone rimaste orfane, senza una madrepatria, senza dèi, senza terra sacra e soprattutto (questa è la cosa più dolorosa per la scrittrice) senza lingua; quale assurdità avere a disposizione per parlare dei crimini dei dominatori la loro stessa lingua, una lingua che potrà esprimere solo le loro buone azioni e non la loro violenza. Nulla può soffocare la rabbia della scrittrice antiguana che sale in un crescendo continuo, fino alla denuncia della situazione seguita all’indipendenza (ottenuta formalmente nel 1967 ma pienamente solo nel 1981), quando al dominio di un impero si è sostituito il controllo delle sorti sociali ed economiche del paese da parte di un’unica famiglia politica, colpita a più riprese da accuse di corruzione, mentre il turismo si sviluppava e diveniva fonte inesauribile di grandi ricchezze.

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